Ah, che noia questi anti populisti

Spesso, noi così detti riformisti, ci ritroviamo di fronte a molte persone che ci pongono una domanda elementare: ma scusate è davvero così seria, questa minaccia populista di cui parlate? Non la state agitando oltre misura, a mero fine di battaglia interna al campo del centrosinistra? Rispondo che penso l’opposto. Che cioè il rischio sia gravissimo e che lo stiamo sottovalutando. Non mi riferisco tanto alla previsione del consenso che formazioni di orientamento populista potrebbero registrare alle prossime elezioni ma quanto a ciò che tende ad accomunarli. di Enrico Morando
12 AGO 20
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Spesso, noi così detti riformisti, ci ritroviamo di fronte a molte persone che ci pongono una domanda elementare: ma scusate è davvero così seria, questa minaccia populista di cui parlate? Non la state agitando oltre misura, a mero fine di battaglia interna al campo del centrosinistra? Rispondo che penso l’opposto. Che cioè il rischio sia gravissimo e che lo stiamo sottovalutando. Non mi riferisco tanto alla previsione del consenso che formazioni di orientamento populista potrebbero registrare alle prossime elezioni ma quanto a ciò che tende ad accomunarli: l’Unione europea è una camicia di forza; l’euro qualcosa cui si può rinunciare senza danno; la crisi del debito sovrano un’invenzione degli speculatori della grande finanza; l’Imu (non la pressione fiscale sul lavoro, da record mondiale) la più ingiusta delle imposte; la politica e le istituzioni la mangiatoia di una casta di professionisti; il Fiscal compact uno strumento del dominio tedesco…
Data la scelta, per esempio del Pdl, di tentare il recupero dei consensi perduti attraverso la leadership di Berlusconi e sulla base di una piattaforma nella quale campeggiano alcune delle posizioni che ho appena richiamato, è prevedibile che il cammino del futuro governo – anche in presenza di una netta affermazione del Pd, sia alla Camera, sia al Senato – sarà ingombrato dall’azione di contrasto di ingenti forze populiste. Ma se siamo giunti a tanto pericolo il vero problema, come ci dice da tempo Pietro Reichlin, è che il vero nodo irrisolto dipende anche dal nostro deficit riformistico. Un esempio? La legislatura che sta per finire era iniziata con la maggioranza di Lega e Pdl orientata a tradurre in legge nazionale il ddl approvato dal Consiglio regionale lombardo, e l’opposizione del Pd impegnata a contrapporgli una proposta di attuazione del nuovo art. 119 della Costituzione ispirata al federalismo solidale. Si discusse e si votò, nel Pd, per scegliere l’atteggiamento da tenere: di mera ostruzione, fidando nelle contraddizioni interne alla maggioranza, o di aperta sfida riformatrice? Prevalse la seconda scelta. Ma fu un fuoco di paglia. Presto ci siamo fatti attrarre nella inconcludenza del governo, quasi ne fossimo soddisfatti. Tanto che anche dopo la formazione del governo Monti, il tema è restato marginale, malgrado la centralità della revisione della spesa ne riproponesse il ruolo cruciale. Altrettanto può dirsi per la riforma del modello contrattuale. Ci si è arrivati, sì, ma renitenti, trascinati. Come se fosse “cosa d’altri”, non il cuore del nostro progetto, come avremmo dovuto sapere, noi riformisti, dopo l’esempio che ci venne fornito dai governi rosso-verdi di Schröder e Fischer negli anni 2000.
Ecco da dove nascono le difficoltà e i rischi di oggi. Superabili? Certamente sì. Ma non attraverso piccole correzioni di linea. Non senza riflettere in modo trasparente sui limiti del nostro recente lavoro. Non senza vedere che, se c’è un ordine di priorità per i riformisti è quello che mette al primo posto del programma di cambiamento un solido progetto federalista, da far valere a Roma e a Milano, come fondamento di una rinnovata unità nazionale.
La verità, come ci ha suggerito più volte in questi mesi il professor Mario Monti, è che noi riformisti ci troviamo spesso di fronte a un problema apparentemente insormontabile: rendere l’azione dei riformisti più efficace e più popolare. E insomma, fare dell’anti populismo non una battaglia noiosa, non una battaglia elitaria. Questo è il nodo cruciale, ben descritto da quello che la pubblicistica ci ha consegnato come il “teorema Juncker”: “Le riforme necessarie per uscire dalla crisi sono esattamente quelle che fanno perdere le elezioni ai governi che le hanno adottate o hanno contribuito ad adottarle”. E’ davvero così? E’ per forza così?
Nel nostro paese – alla fine degli anni 90, dopo la sconfitta dell’Ulivo alle elezioni del 2001 – abbiamo lungamente discusso di “riformismo dall’alto”, per dire la stessa cosa: noi sapevamo cosa fare; l’abbiamo fatto, ma il popolo non ci ha seguito, un po’ perché non abbiamo saputo spiegarci e molto perché non hanno capito. Il vero punto, dunque, è la questione di qualità del riformismo, e sono d’accordo con chi cita Eduard Bernstein come fonte generosa del riformismo di qualità.
Ebbene, Bernstein fondò la sua revisione delle architravi ideologiche del Partito socialdemocratico proprio sul salto da partito di classe a partito di popolo. Allora, nel 1909, gli diedero tutti torto, nella Spd. Tutti, in senso tecnico. Ma, dopo 50 anni esatti, a Bad Godesberg, gli diedero tutti ragione, e proclamarono l’Spd partito “di popolo”. E’ da allora che dovrebbe essere chiaro a tutti che, se è senza popolo, non è riformismo.

La lezione del caso Alitalia
In questo senso, la lezione del caso Alitalia ci può essere utile. Proprio in questi giorni, infatti, l’epilogo della vicenda Alitalia ci fornisce un caso di studio sui caratteri del contrasto tra riformismo e populismo, nelle sue versioni di destra e di sinistra. Ricordiamo tutti come è cominciata: il governo Prodi, all’inizio del 2008, progetta di vendere Alitalia ad Air France, che si impegna a pagarla con un concambio di azioni, tale da consentire al governo italiano di essere presente nell’assetto proprietario di un vero e proprio campione europeo del trasporto aereo. Berlusconi e la Lega scatenano il finimondo, con tutto il variegato armamentario del populismo: la difesa della italianità, i capitani coraggiosi pronti a mettere mano al portafoglio, il nord penalizzato da Roma ladra di slot per Fiumicino, le banche italianissime pronte a fare fino in fondo la loro parte… Naturalmente, ognuna di queste roboanti affermazioni serve per occultare una realtà del tutto opposta: l’italianità non c’entra nulla, perché all’integrazione con Air France bisogna comunque procedere (e non solo sul versante operativo; anche su quello dell’assetto proprietario: Air France, infatti, arriva quasi subito a possedere il 25 per cento della Cai, la nuova Compagnia area italiana), e i capitani coraggiosi si sono fatti coraggio coi soldi dei contribuenti (malcontati, 3,2 miliardi di euro tra il 2008 e oggi). A distanza di cinque anni, di Malpensa si sta comunque facendo quello che si sarebbe potuto fare a partire dal 2008, e la Cai sta vendendo slot a Heathrow per tentare di tappare i buchi di gestione. Mentre le banche, che vantavano crediti enormi da Air One, hanno approfittato dello “sforzo nazionale” loro richiesto per rientrare di ciò che erano obbligate a dare per perso. E tutto quello cui si può aspirare in questo momento è che a comprare la “compagnia di bandiera” non sia la transalpina Air France, ma Etihad, la compagnia degli Emirati Arabi. Evidentemente, più che l’amore per l’italianità e la “sicurezza” delle imprese strategiche, può il desiderio di arricchimento degli attuali proprietari di Cai. Tutto questo descrivere l’esito prevedibile e infausto della vicenda Alitalia non è per fare un po’ di polemica contro il centrodestra. Ma perché questa vicenda mette in evidenza come sia stato facile costruire un vasto consenso attorno a una soluzione che ha leso l’interesse nazionale, per favorire interessi di parte. Anche in questo caso, ci siamo rivelati incapaci – noi riformisti più conseguenti – di rendere popolari soluzioni disponibili, che avrebbero meglio tutelato l’interesse del paese a mantenere efficaci strumenti di controllo su scelte di rilievo strategico nel settore del trasporto aereo. Perché di questo, alla fine, si tratta: dietro le ricorrenti campagne a difesa della italianità delle poche, grandi corporation, c’è più spesso l’obiettivo di difendere gli attuali assetti proprietari delle imprese, quasi sempre organizzati in oscuri patti di sindacato, a loro volta attraversati da giganteschi conflitti di interesse e orientati alla tutela di chi detiene il controllo, a tutto danno degli azionisti di minoranza. Col risultato che anche le più spettacolari operazioni di acquisizione del controllo da parte di nuovi padroni avviene, in Italia, strapagando i vecchi detentori del controllo con soldi messi a debito della società acquisita.
Una realtà conosciuta e largamente tollerata dai populisti di sinistra, che si divertono a “mandare gli straricchi al diavolo”, ma non sono in grado di avanzare una proposta una su come si smonta l’inferno del capitalismo “relazionale” italiano. Una realtà troppo a lungo trascurata dai riformisti, anche in questo caso incapaci di organizzare l’insofferenza e la protesta di milioni di piccoli risparmiatori, di milioni di utenti dei servizi a rete, dei lavoratori di queste grandi imprese, per metterla a sostegno di riforme della regolazione dei mercati dei capitali e dei sistemi di governance, comprese le regole per il mantenimento in capo allo stato di diritti speciali sulle scelte strategiche di queste imprese; e per nuove forme di partecipazione dei lavoratori alla loro gestione.
Come se ne esce? Esistono alcune soluzioni. Primo punto: la complessità dei problemi e delle soluzioni non giustifica la fuga o l’inazione dei riformisti. Certo. I populisti hanno gioco facile nell’individuare non le cause, ma i colpevoli, veri o presunti che siano (la fabbrica degli untori è sempre aperta), di ogni problema che generi sofferenza e protesta sociale. E nell’organizzare la protesta contro. Ma se i riformisti sono degni del nome che pretendono di portare, debbono essere in grado di semplificare il messaggio sulle loro soluzioni, rendendole a loro volta popolari. Il rigore analitico e la corrispondenza tra causa del problema e carattere della soluzione può sempre tradursi in un messaggio comprensibile e mobilitante.
Secondo punto: non è mai una buona idea, per i riformisti, rinviare a una fase successiva la soluzione che va alla radice del problema, affrontandone subito gli aspetti marginali. I populisti li sovrasteranno facilmente, mostrando il persistere del disagio e della sofferenza sociale, economica o politica, così delegittimando irrimediabilmente la strategia riformista. Se non bastano gli esempi forniti, la validità di questa prescrizione può bene essere tratta dalla impotenza riformatrice in campo istituzionale, straordinario alimento della offensiva populista. Da più di vent’anni, il sistema politico istituzionale italiano non è in grado né di decidere, né di rappresentare. Se c’è questo collasso, alla base del crescente baratro che separa la politica dai cittadini, allora è un cambio di regime ciò di cui abbiamo bisogno: semipresidenzialismo alla francese, sistema elettorale a doppio turno di collegio, una sola Camera politica, il Senato federale, carriere separate di magistrati requirenti e giudicanti, piena responsabilità fiscale delle Autonomie. Niente di meno. Perché il meno non si realizza o, se si realizza, mostra la sua sostanziale irrilevanza. E il consenso ai populisti cresce indisturbato, a ogni “riforma” mancata o inutile.
I populisti, per definizione, si muovono per alimentare e utilizzare la rabbia per le condizioni dell’oggi: l’Europa adotta soluzioni timide, errate o tardive per la crisi dell’area euro? Al diavolo l’Europa, con la sua austerità ordoliberale alla tedesca. E se l’euro crolla, ce ne faremo una ragione. Il debito pubblico italiano costringe le generazioni presenti a sacrifici troppo grandi, che solo tra molti anni daranno, se daranno, i benefici attesi, quando noi babyboomer, che dominiamo il presente, non ci saremo più? Una bella ristrutturazione del debito estero ci consentirà di passare meglio la “nostra” nottata; e al resto ci penserà chi verrà dopo di noi. Il riformismo conseguente e radicale di cui il paese ha bisogno ragiona e opera in termini esattamente opposti: vede la contraddittorietà, l’insufficienza e gli errori delle scelte degli organismi dell’Unione come e meglio dei populisti, proprio perché li misura in rapporto a un suo definito progetto di unione fiscale, bancaria, politica. E utilizza la profonda insoddisfazione popolare per queste scelte lente, o errate, o mancate, per dare alimento alla sua strategia riformatrice.
di Enrico Morando
senatore del Pd